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La vera storia delle borchie della sella del...

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  Quota admin Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Topic: La vera storia delle borchie della sella del...
    Postato: 12 Lug 2007 alle 20:31

La vera storia delle borchie della sella del principe Rigolò.

A salire su per le rive boscose, giù dalla valle, non si sarebbe detto che alla fine la terra si sarebbe fatta piana. Eppure poi, forse per stanchezza al continuo salire, alla fine si era sdraiata quasi del tutto. Intorno restavano le macchie di faggi e castagni a circondare quel pezzetto d’universo riempito alla rinfusa di case e bicocche, di animali e cristiani.

Il borgo sereno di Terrapelata aveva comunque un poco di tutto. Il fornaio, il ciabattino, l’ortolano.

La chiesa e un posto di ritrovo per i bimbi e i ragazzi, dove ogni tanto il priore andava a insegnar a leggere e far di conto.

Poca roba però, perché i ragazzi appena potevano tenere in mano una zappa andavano ad aiutare nei campi. “Bisogna riempire la pancia, non solo la testa “, diceva sempre il vecchio Orman, che di figli ne aveva dodici. E forse qualcun altro di più.

E come borgo che si rispettasse c’era anche un castello. Con tanto di principe.

Non era proprio un castello, ma certo piuttosto che le case di paglia dei contadini, almeno qui non pioveva dal tetto e d’inverno c’era un camino sempre acceso.

Il principe Rigolò era molto fiero del suo piccolo regno e si premurava, oltre che dei suoi cavalli e dei suoi affari, anche dei suoi “cristiani”.

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Candido View Drop Down
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  Quota Candido Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 12 Lug 2007 alle 22:34
A dire il vero era la fierezza del Principe Ferdinando Rigolò che distingueva le bestie dai cristiani che, massimamente ignoranti entrambi, si differenziavano in realtà solo per la postura. Il Prete che si vantava di essere maestro, ben poco aveva da insegnare e molto da apprendere. Assiso pomposamente in cattedra, era stato udito in più occasioni fare lezione dicendo che Rigolò era un passato remoto e che Ferdinando era un gerundio. E questo era quanto di meglio aveva saputo esprimere. Con siffatto maestro, non meraviglia apprendere che in paese, a media costa, ci fosse una ragazza di nome Carolina che, il più delle volte, anziché parlare, faceva: muuuuuuuh. Ed alternava muggiti a crisi mistiche, affermando di volersi fare Monica. Il Principe Rigolò era preoccupato per questa fanciulla che andava raccontando di vedere teneri agnelli tramutarsi in luride iene ridenti a crepapelle. Rigolò era incerto: si trattava di effetti della catarsi o di attacchi di demenza pura? La questione non era semplice comprendendo non solo la sfera pratica, ma anche quella Etjca.
 
 

 

 



Modificato da Candido - 13 Lug 2007 alle 09:53
Candido
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Idefix View Drop Down
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  Quota Idefix Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 13 Lug 2007 alle 15:22
Il principe era sì preoccupato per la ragazza ma non dimentichiamo che la sua era una vera e propria passione per la specie equina, anzi quasi un'ossessione. Si dice che le stalle ed i destrieri venissero accuditi dal principe medesimo e da poche persone fidate legate da tempo alla sua famiglia da saldi vincoli. Non a tutti i servi era concesso l'ingresso in quei luoghi e a quei pochi era fatta implicita richiesta di massima riservatezza. Così capitava spesso che i "terrapelatesi" nelle fredde serate d'inverno accanto al camino si ritrovassero tra loro a fantasticare...

Modificato da admin - 13 Lug 2007 alle 15:30
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  Quota amapola Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 15 Lug 2007 alle 10:17

Si chiamava Pepita. Era una piccola cucciola di sette anni. La terz’ultima dei dodici figli del vecchio Orman e della dolce Luise. Occhi da cerbiatto, così come gambe snelle e veloci. Adorava andare a nascondersi tra faggi e castagni, noncurante dei richiami del padre che con fare un poco burbero richiamava all’ordine tutta la prole, all’alba, per partire per campi. Aveva una piccola zappa. Tutta sua. Per farsela amica ne aveva colorato il manico, tinte forti e vivaci a strisce, e le aveva dato un nome, che teneva tutto nascosto nell’anima del suo cuore. Guai a chi osava toccare la sua “zappetta”. Così la chiamava il suo papà, con fare scherzoso e con un sorriso di chi non capisce che talvolta anche con le zappe si può parlare, e confidare i segreti più nascosti.



Modificato da amapola - 15 Lug 2007 alle 10:19
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  Quota consigliereTc Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 16 Lug 2007 alle 22:49

Ma il Principe era preoccupato. Spesso dormiva male.  Si preoccupava perché quando gli avevano promesso il trono di Terrapelata gli avevano anche mostrata una magnifica sella.

Una sella di cuoio scuro. Bella. Lucida.

Gli avevano promesso che quando lui fosse stato seduto su quella sella, non solo tutti si sarebbero inchinati davanti a lui, ma egli avrebbe potuto prevedere il futuro semplicemente strofinando le borchie di oro e diamanti che stavano fissate tutt’intorno.

Intorno come i cavalieri della Tavola Rotonda. Ma di più. Come i sette guerrieri Samurai.

Parola che significa saburau, cioè servire o tenersi a lato.

Intorno, come le armate della Terra di Mezzo, come i ciclopi, come le mille forme del mago Merlino. Come i rivoli dei capelli di Medusa, con la stessa forza e lo stesso credito dell’oracolo di Delfi.

Prima di entrare in città aveva provato a strofinarle.

Facevano luce nella notte, scaldavano nelle sere di freddo. E nel silenzio a volte bisbigliavano.

Una sera, molti mesi prima, aveva anche provato a toccarle con la mano ferita in una caduta da cavallo.

Orbene, anche se al momento sembrava che nulla fosse cambiato, la mattina seguente si accorse, con enorme stupore, che la mano non gli doleva più. Sembrava tornata come nuova.

Anzi tendeva l’arco e reggeva la penna d’oca, con una vigoria mai prima provata.

“ E’ il momento che entri in città “, aveva pensato risoluto e orgoglioso.

Anche se risoluto e orgoglioso non lo era mai stato.

Forse per via di quella sua camminata un poco contadina, e quel suo viso dall’espressione spenta. Come dopo una bevuta, nei giorni di festa.

Ciò non di meno, adesso aveva quella sella. E quelle borchie.

Ma, destino maledetto, appena entrato in città, appena finita la festa, appena finita la sbornia, della sella non si era più saputo niente.

Non è che lui non sapesse cavalcare a pelo, o anche semplicemente con una bardatura Nagaybäk, però quella sella e quelle borchie luminose gli davano una sicurezza, che ora gli sembrava mancare.

Decise allora di fare un editto e di promettere una ricompensa per chiunque avesse riportato la sella dalle borchie magiche.

Scrisse un primo testo. Di getto. Ma non ne rimase soddisfatto. Provò con un secondo. Ma anche questa volta il risultato non lo lasciò soddisfatto.

Si fermò a riflettere: che fare?

Era una notte di quelle in cui tutto sembra immobile. Seduto nella stanzetta dietro la sala del trono pensava il da farsi. Mandò a chiamare il cubiculario per chiedergli consiglio.

Perché a questa disdetta occorreva porre rimedio.

Era costui un persona emaciata, bassa di statura, con pochi capelli e di modi mollicci.

Si chiamava Cantharos e si occupava delle faccende della reggia, comprese tutte le necessità del principe.

Rigolò gli chiese: “ Dimmi dunque, sei tu capace di vergare, chiaro e convincente, l’editto? Ne saresti capace? “.

Il poveretto indugiava, indeciso, un poco orbo, muoveva quelle sue labbruccole sottili come ciabatte consumate.

Sembrava bisbigliare. Ma alla fine scosse il capo e, alzate le corte braccine al cielo,  esclamò: “ Il priore! “.

Nella stanza si fece silenzio come se qualcuno avesse fatto cadere un vaso colmo d’acqua.

Fu questione di un attimo.

Cantharos, temendo il peggio, si rinserrò nelle sue spallucce minute sporgendo gli occhi fatti acuti dalla paura.

“ E’ una grande idea “, sentenziò il Principe, mettendogli l’indice sotto il naso.

Quegli sorrise, muovendo i piedi dentro le pantofole. Di scodinzolare non aveva ovviamente agio, e quel gesto lo fece sentire ancora salvo.

“ Ti ordino di andare dal Priore e affidargli l’incarico”, sospirò alla fine Rigolò.

Si era voltato dalla finestra. Guardava soddisfatto fuori.



Modificato da consigliereTc - 26 Lug 2007 alle 16:04
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  Quota faros Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 25 Lug 2007 alle 23:07
Kantharos, che nel dialetto pugliese significa vaso da notte (pigghia u cantarone...) ciabattava speditamente dal priore. Erano le cinque del pomeriggio e il priore stava zappando il suo orticello. Era una striscia di terra  situata di fianco alla ferrovia (boh, i documenti sono imprecisi e pasticciati, non sempre rispettosi della storia, ma potrebbe anche darsi che uno degli autori di questa storia  medioevale avesse già inventato la ferrovia, come Leonardo, che, notoriamente, aveva già inventato ai suoi tempi il semaforo senza sapere di automobili). Il priore guardava soddisfatto i suoi pomodori che cominciavano a rosseggiare. Con ancora maggiore soddisfazione ma con fare sornione, dietro una siepe di martello, brandendo una falce (ma per carità in quel tempo non si parlava ancora di sinistra), si apprestava a mietere una sua presina di cannabis che lo aiutava a stare su di giro nelle grandi notte di verno. Ora, fu in quel momento che Pitale (cioè Cantharos), vide il priore. Questi, un pò sorpreso della visita di un personaggio della casa reale, nascosto il fascio di cannabis, si inchinò profondamente facendo molti salamelecchi.
Il priore non assomigliava a quello di Barbiana, né a quello che si fece bruciare in piazza della signoria, era tranquillo, non faceva male a nessuno e stava sempre in guardia. Naturale che cominciasse a macchinare ipotesi su quello che Cantharos gli avrebbe chiesto, perchè uno come Cantharos, mollusco ciabattante inutile e vischioso, tirapiedi e bisbigliante, non poteva che essere venuto da lui per chiedergli qualcosa di obliquo.
Il colloquo non viene riferito nel documento, perché non ritenuto importante. La sostanza invece era che il priore doveva (e sottolineamo "doveva") scrivere l'editto per il ritrovamento della sella con le borchie del principe Rigolò. La responsabilità era enorme. Dal priore dipendeva la salita al trono del principe, che senza la sella borchiata non ce l'avrebbe mai fatta.


Modificato da admin - 29 Lug 2007 alle 10:43
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  Quota consigliereTc Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 26 Lug 2007 alle 11:11

Rifletteva il priore.

Rifletteva e camminava. Dall’orto alla sacrestia. Dalla sacrestia allo studio.

Dallo studio ancora all’orto.

Insomma una faccenda difficile da districare, perché far di editto per dar di cerchio al Principe Rigolò era sicuramente prender la parte di una parte.

Sì, lui aveva esperienza che dal macellaio col manzo si può, anzi si deve, prendere una parte.

Ma qui la questione era davvero diversa. Prendere una parte mica sempre significa prenderne solo un pezzo.

Si ricordò quando diede ospitalità ad una giovane fanciulla tempo addietro. Iersinia era una ragazza taciturna, ma ben presto aveva attirato intorno all’abbazia uno stuolo di strani tipi del posto, interessati più alle sue grazie che alle orazioni.

Insomma prendere una parte di Iersinia voleva dire prenderne tutte le rogne.

E anche di botte non voleva sentirne parlare. Cosa significa prendere una parte di legnate?

E poi in quale parte del corpo?

Sul capo no: è il luogo della vista e del pensiero.

Sulle braccia e sulle gambe nemmeno: servono per dar lode al Signore.

Sulle terga è indecoroso. In altri posti poi….

Insomma prendere parte non è un fatto semplice. Doveva trovare il modo di risolvere la questione.

E andava avanti e indietro a pensare come fare “la sua parte”.

Cantharos sarebbe tornato il mattino seguente ed occorreva risolvere il problema.

Poi c’era la questione degli “effetti collaterali”.

Tu cammini per Terrapelata e vedi mastro Charun tirar su le solite nuove bicocche e gli chiedi come mai sempre lo stesso tetto. Magari ti accendi in un sommesso consiglio e prendi parte ad un dibattito. Bene: e poi chi ti rimette a posto il tetto della cappella della Santissima Vergine quando si rompe? Dico della Santissima Vergine, non dei servi della gleba della valle!

Mica volevi insegnare niente a nessuno.

Magari volevi parlare di ruscello e piante, mica di architravi e colonne. Ma niente.

Poi la storia si sa in giro e finisce che il Priore vuole fare la biacca meglio del capomastro.

Le bicocche restano le stesse. Il priore perde qualche cristiano, le decime non arrivano e anche il tetto te lo devi pagare il doppio.

Effetti collaterali. Ogni uomo di responsabilità deve saperne tenere conto.

Il Priore aveva bisogno di un aiuto.

Come poteva, lui, il Priore, sbagliare un editto?

Si ricordò della presina. Se ne concesse una porzione generosa, come la situazione richiedeva.

E tutto gli parve chiaro. Chiarissimo.

Almeno a lui.

Andò in biblioteca. Chiamò lo scrivano. E gli diede da copiare.

 

Finitis voluptatibus vespera suadente concedit Psyche cubitum. Iamque provecta nocte clemens quidam sonus aures eius accedit. Tunc virginitati suae pro tanta solitudine metuens et pavet et horrescit et quovis malo plus timet quod ignorat. lamque aderat ignobilis maritus et torum inscenderat et uxorem sibi Psychen fecerat et ante lucis exortum propere discesserat.....”

 

Lesse.

Rilesse.

Sottovoce. Ancora ad alta voce. Gli sembrò ben fatto.

Si accarezzava il mento. Pensò ai suoi cristiani.

“Perché a volte alla gente basta poco…”, fu il pensiero con l’ultima presina.



Modificato da admin - 29 Lug 2007 alle 10:48
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Candido View Drop Down
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  Quota Candido Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 26 Lug 2007 alle 22:30

Elaborato quest’ultimo pensiero, al Priore venne istintivo, prima di stendere l’editto, ripercorrere la storia dall’inizio per dar bene di cerchio al Principe Rigolò.

Principiò nel ricordare il borgo sereno di Terrapelata, rivide il vecchio, ma prolifico Orman, sentì nelle narici l’afrore dei cavalli del Principe e quello della ragazza di nome Carolina, fanciulla di cui al Principe non importava un fico, preferendole i suoi cavalli che accudiva con le sue mani regali e che solo pochi avevano visto.

Comparve quindi Pepita con la sua inquietante zappetta dal manico colorato a tinte forti e vivaci a strisce.

Ma anche di Pepita al Principe non importava un fico, infatti lui era preoccupato e dormiva male per la sua sella.

Sella miracolosa che avrebbe fatto di lui il Re.

Ma come Achille aveva il suo tallone, anche la sella aveva il suo punto debole. Infatti le borchie della sella avevano il potere di fare il Principe saggio, ricco e potente, ma non il potere di evitare che egli, per una sbornia, perdesse la meravigliosa sella come un qualsiasi fesso.

Il Principe Rigolò, però, non era in realtà un fesso qualunque. Egli infatti, a differenza dei più, poteva disporre di un cubiculario. Altrettanto fesso quanto il suo padrone, ma sempre cubiculario, ancorché orinale.

E qui la storia, già un po’ strana, affronta meandri inesplorati della psiche: saltano fuori una ferrovia ed il semaforo di Leonardo, una falce ed una siepe di martello nel rosseggiare dei pomodori, il non priore di Barbiana e nemmeno il Savonarola.

Poi incominciano a fare effetto le “presine” del Priore che sa che dal macellaio col manzo si può, anzi si deve, prendere una parte, però mica sempre significa prenderne solo un pezzo, come dimostra Iersinia, ragazza che assai taceva, ma si dava un gran da fare.

Appurato che le botte non fanno bene, soprattutto in certi posti che devono restare intatti, altrimenti Iersinia non trova pane per i suoi denti, vengono presi in considerazione gli “effetti collaterali”.

E qui viene fuori mastro Charun, incasinato non poco, al punto che magari volevi parlare di ruscello e piante e non di architravi e colonne, pur essendo appurato che il Priore non vuole fare la biacca meglio del capomastro.

A questo punto, a furia di presine, l’ultima presina deve aver fatto traboccare “u cantarone”, perché il priore, per scrivere l’editto, incomincia a far copiare dallo scrivano un brano di Apuleio che ci racconta della perdita della verginità di Psiche, forse in relazione ai meandri inesplorati della psiche.

E’ vero che a volte alla gente basta poco, ma qui, caro Priore ti voglio vedere andare avanti nell’editto.

Mi sembra che ci siamo un po’ incasinati, mentula!, come dice il Priore quando non ha tirato le presine e dice le parolacce in latino.



Modificato da admin - 29 Lug 2007 alle 10:52
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Hans View Drop Down
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  Quota Hans Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 27 Lug 2007 alle 21:11

Ma mentre il Priore spendeva il suo tempo in tutti questi arrovellamenti cerebrali, non crediate che il principe Rigolò non si sia dato da fare per ritrovare la sella con metodi... diciamo meno accademici. Infatti durante la festa, in cui appunto la sella si era "persa", vi era stata la presenza di varie personalità poco raccomandabili, che, chi per "curiosità", chi per cercare persone con interessi affini al Priore, vi si erano fiondate. Saputo di queste presenze il principe aveva subito abbandonato la speranza che la sella si fosse semplicemente smarrita nella confusione ed era subito andato a "far visita" a dei suoi amici "amici" che avevano fama di essere delle specie di cacciatori di taglie o qualcosa di simile. Ecco allora il povero Rigolò che vestito di un lungo mantello nero cammina nel bosco e giunge ad una piccola catapecchia, fatta di assi di legna e con il tetto di paglia. L'uomo diede un'occhiata furtiva dietro di sé, per assicurarsi che nessuno l'avesse seguito e subito entrò nella porticina. All'interno vi erano cinque uomini tutti seduti intorno ad un tavolo, con una gamba di fortuna fatta con un ramo di faggio. Dalle piccole finestre entrava una lieve luce che lasciava tutto in penombra e la coltre di fumo dall'odore amaro e pesante non aiutava certo Rigolò a vedere bene i presenti. La scena era quasi comica, il principe dalle goffe e paffute sembianze fatto su in quel mantello da cui spuntavano qua e là le vesti regali, fermo davanti a quei cinque individui che in confronto a lui erano quasi giganti, vestiti con alti stivali, con cappelli rossi piumati e rivestiti di ori, che con chissà quali versamenti di sangue avevano guadagnato, armati fino al collo, che lo guardavano quasi stupiti. Allora il più grosso di quelli si alzò e subito ringhiò al povero principe spaventato: <<Cosa vuoi marmocchio? Non sai chi siamo? Eh? Non lo sai? Bene, adesso ti darò io una lezione e poi vai da quei pezzenti dei tuoi amici e racconta che non si devono infastidire i Becchini!>>, ma prima che potesse colpire Rigolò, subito il brigante che stava seduto più lontano, il quale pareva essere il capo, con un fischio lo fermò e disse: << non essere sgarbato Asgar, vediamo cosa il nostro piccolo amico ha da proporci, non penso che sia così stolto da essere venuto ad importunarci senza nessuna proposta... Giusto?>> disse rivolgendosi al principe, che tremando ancora molto scosso dalle parole del primo iniziò a balbettare rivelando la sua identità. Al sentire quelle parole subito tutti si alzarono in piedi, uno magro e non troppo alto che aveva a tracolla un lungo arco, dato uno sguardo al brigante "capo" saltò fuori con cautela da una finestra e sparì. Intanto il capo dei briganti si mise a parlare con Rigolò, domandandogli: <<Piacere io mi chiamo Thor, scusi l'irruenza del mio compagno!>> il quale si era riseduto e impugnava una grande ascia bipenne <<ma sa, di questi tempi, con la gente che gira non si è mai troppo cauti, allora cosa porta la sua regale persona da dei pover uomini come noi?>>. Subito il principe spiegò che gli era stata sottratta la sua sella favorita, questo senza rivelare le facoltà di quest’ultima forse perchè la paura di prima l'aveva messo un po' sulla difensiva <<E desidererei che voi la recuperaste per mio conto, ovviamente ci sarà una lauta ricompensa se la ritroverete!>> aggiunse. Thor da subito non parve molto convinto, ma in quel momento rientrò il brigante che era uscito dalla finestra <<Silvano, tutto bene?>> gli domandò e quando quello annuì e si sedette accendendosi la pipa, si girò e prontamente disse a Rigolò che non ci sarebbero stati problemi, che gli sarebbero bastati solo cinque cavalli delle scuderie reali e provviste e che messi d'accordo sul compenso sarebbero partiti alla ricerca del diletto oggetto! Allora concordato che la notte stessa sarebbero passati a corte per sistemare la questione, congedarono il piccolo uomo, ancora più piccolo come sovrano, che mentre tornava ammantato al castello, attraversando il bosco pensava se avesse avuto una buona idea e che forse sarebbe stato meglio passare dal Priore per una presina post traumatica!



Modificato da admin - 29 Lug 2007 alle 10:59
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  Quota consigliereTc Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 27 Lug 2007 alle 22:07

Cantharos teneva l’editto stretto tra le mani.

Che dire? A lui che di greco e latino capiva poco, ma lentamente, sembrava difficile poter dare un parere.

Ma lui in fondo aveva ubbidito.

Non aveva certo alcuna responsabilità, se non quella del portatore di novelle.

Non riusciva a trovare il principe. Decise di aspettarlo nella stanza dietro la sala del trono.

Ritardava. Non poteva certo sapere che oltre alla fiducia nel popolo, il sovrano era ammanicato ora a destra, ora a sinistra.

Ora con il capo delle guardie, ora con i tagliagole.

Insomma qualcosina sospettava. Ma niente di certo. Insomma era meglio far finta di non sapere.

Immerso nei suoi pensieri stava riflettendo quando sentì la porta aprirsi.

Era il principe.

Si inchinò con deferenza e attese.

Occorre sempre attendere quando ad un potente rendi un favore.

Ovviamente ogni uomo che conta farebbe sicuramente a meno e meglio di quei piccoli servizi di basso livello che un cubiculario qualsiasi può assicurare.

Quindi umiltà e attesa. Deferenza e consapevolezza di nullità.

“Dunque?” esclamò Rigolò?

“Avete seco quanto vi ho ordinato di procurare?”

Cantharos allungo il braccino piegando il capo, porgendo la pergamena.

Rigolò lesse tutto d’un fiato. D’un fiato intero, come si beve un liquore sconosciuto.

“Mi sembra autorevole”, esclamò girando per la stanza, quasi a rileggere pezzi dello scritto.

“Voi che ne pensate?”, esclamò alla fine rivolto a Cantharos.

Quegli indugiava. Fece qualche goffo cenno con le mani, tentò qualche ardita espressione del volto.

“Credo“, arrischiò con voce malferma, “credo che manchi l’intestazione e la ricompensa“.

Il Principe parve sorpreso.

Si volse di scatto battendo il pugno chiuso sulle nocche sul tavolo.

Cantharos trasalì. Ci fu un attimo di silenzio.

“E il sigillo!“, esclamò Rigolò.

“E il sigillo“, fece eco sollevato il cubiculario.

L’editto era pronto.

‘Smarrita la sella con borchie del Principe Rigolò‘ diceva l’intestazione.

‘Ricompensa di 1000 fiorini d’oro, a coloro i quali la riporteranno a corte‘, era scritto a parole giganti sul fondo.

Un servo villano guadagnava a stento 20 baiocchi a settimana. Quando andava bene. E per far 1 fiorino d’oro di baiocchi ce ne volevano 100.

E quante settimane di lavoro sicuro ci volessero per fare 1000 fiorini d’oro, nessun villano di Terrapelada era in grado di saperlo.

Perché quasi sempre basta un bel sigillo e sentir tintinnare di monete.

Senza troppi ragionamenti e sottigliezze. Magari anche scopiazzando, pur di non far errori.

L’editto fu esposto dappertutto. Tutti poterono vederlo. Villani e forestieri. Cavalli e pastori. Ubriachi e tagliagole.

Porci e cani. Sì, anche i cani.

Fu così che venne posto il punto.

Le donne non dovettero per forza perdere l’onore.

Cantharos tirò un respiro di sollievo, scodinzolando nelle pantofole.

Il Priore vide i suoi pomodori diventare sempre più rossi.

Rigolò appose con la massima cura un bellissimo sigillo regale.

E i cristiani di Terrapelada?

Non riuscirono a comprendere se quella sarebbe stata una benedizione o una burla.

 



Modificato da admin - 29 Lug 2007 alle 11:05
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  Quota faros Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 28 Lug 2007 alle 16:55

Occorre a questo punto aprire una parentesi per riportare una versione leggermente diversa della narrazione. E' quella contenuta nel documento 34/bar b, ritrovata presso la Biblioteca laurenziana di Firenze, che così recita:

"Ora, il priore, in ambascie ("trimpilatus" secondo la vulgata che si stava affermando in quei tempi nel mondo celtico) perchè non riusciva a cavare un ragno dal buco nonostante il generoso ricorrere alla spinellatio, sentì diffondersi nell'aria un'armonia di canti celestiali. Ricordò che era lunedì e che ogni primo lunedì del mese la confraternita dei cantori di san Vittore si radunava presso la corte di Uracus per sciogliere le laudi al Creatore. Le note tenute e salmodianti del canto gregoriano attraversavano la vallata e sollevavano le anime della gente umile del borgo di Terrapelada. Il priore vi indovinò la consolazione della redenzione, che tutti salva, anche i piccoli uomini che non osano mai. Victorius lo folgorò: la redenzione è disponibile sopra ogni cosa, dunque mettiamoci all'opera.
Il priore sembrava trasformato: di buon umore si sedette allo scrittoio di legno di castagno, si coprì i piedi con la sua copertina di lana che Iersinia gli aveva regalato un lontano giorno di non ulteriormente indagabili simpatie, e si mise all'opera intingendo la penna nel calamaio di corno (una volta astuccio della cuut). La chiarezza di pensiero che le note metafisiche e la precedente spinellatio gli avevano regalato, gli fece venire in mente la figura del suo prozio Enriquez del cason De Guernica, di origine spagnola, che era stato luogotenente di un capitano di ventura di origine iberica appunto, ai tempi della presa della Bastiglia. Nella sua memoria Enriquez grandeggiava con la sua armatura di acciaio inox, anch'essa con borchie luccicanti a brugola. Il prozio si era distinto per le sue azioni violente e sanguinarie (si narrava che avesse tagliato la testa ad un intero gregge in una sola notte perchè non riusciva a dormire), ma al contempo per la sua lungimiranza ed equidistanza che sapeva mantenere tra gli opposti schieramenti. In tale modo era stata famosa la sua capacità di convolare a nozze con la figlia del suo acerrimo nemico e scudiero Cippus de Raulus e stringere alleanze con il conte Bargillectus de Solzaghiis, col quale si era battuto piu' di una volta a singolare tenzone (riportando tra l'altro l'amputazione dell'orecchio sinistro e dell'occhio destro). Non parliamo del cadetto Bradamante degli Agliani, di Tabernarius Cavernicus, nella terra dei Casargici, dal quale fu per due volte tramortito e cacciato e col quale seppe poi amabilmente intrattenere nuovi colloqui riconoscendo i propri torti con la famosa frase "capimmo, amico, ma potevamo fare altrimenti?".
Bando agli indugi, pensò, farò un editto che si distinguerà per moderazione, fermezza ed equidistanza, così da ricavarne prestigio, lode e ricompense da ogni parte, eviterò di punzecchiare qualsivoglia persona, di accusare chicchessia, profondendomi in altissime lodi del nostro unico pretendente al trono, principe Ferdinando Rigoli. Tutti mi chiederanno di intrattenermi amabilmente con loro, sia gli amici che i nemici del Principe.
Scrisse dunque in bella calligrafia:
 
"IN TERRAPELADA , il lunedì di Victorius, in nome della redenzione e dell'eminentissima e graziosissima maestà il Principe Rigoli Ferdinando, questa splendida corte emana il seguente editto:
                                       Considerato
che per pura accidentalità si è smarrita la sella borchiata del Principe Rigoli,
                                       Considerato
che il furto del sopraddetto oggetto non è neppure opinabile in una terra famosa per l'onestà dei suoi cittadini, anche se i cancelli della rimessa reale erano aperti al momento dello smarrimento,
                                       Considerato
che esso stesso oggetto è dotato di grandi poteri magici in grado di conferire i poteri reali a chi la cavalca,
                                       Considerato
che di tali poteri può beneficiare solo il magnifico rettore di Terrapelada, principe Rigoli,
                                       Considerato
che chiunque altri la cavalchi o soltanto la riponga in luogo nascosto o la tocchi riporterà sicura maledizione che porterà lui e i suoi familiari et amici a perdizione del corpo nonchè dell'anima,
                                       Tutto ciò considerato,
                                       si invita
CHIUNQUE ABBIA AVUTO LA FORTUNA MERAVIGLIOSA DI VEDERE L'OGGETTO IN QUESTIONE, DI COMUNICARNE IL RITROVAMENTO PRESSO L'UFFICIO OGGETTI SMARRITI DI TERRAPELADA.
L'eminentissimo Principe Rigoli comunica che, a chi avrà fornito dati utili al ritrovamento della sella borchiata, verrà conferito il titolo di ciambelliere di corte, con diritto a una ciambella di farina tipo 00 una volta al mese, ai suoi familiari di primo grado verrà concesso di sedere al consiglio delle Societatum partecipatarum di Terrapelada, col conseguente diritto ad una misura di orzo et di due ceste di uva americana o due fiaschi di vino nostranello all'anno, ai familiari di secondo grado verrà concesso il privilegio di diventare fornitori di pipe della casa reale, ai familiari di terzo grado il diritto di raccogliere le castagne nella località del Rocul e di Poè.
Infine il priore di Terrapelada, certo che i cittadini presteranno la loro preziosissima et indispensabile collaborazione, assicura fin d'ora le sue preghiere per tutti per una fulgente et vittoriosa redenzione."


Modificato da admin - 29 Lug 2007 alle 11:14
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  Quota guardalontano Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 01 Ago 2007 alle 17:26

Cavalcando la sua mula bianca, Sofia, giunse un giorno alla corte del principe Rigolò un dotto sapiente, da tutti soprannominato "il Grigio".

Giunse dalla sua dimora situata nelle sperdute lande al confine del regno; talmente sperdute e lontane che tutti ritenevano appartenessero ad un altro Regno.

Dotto, come si diceva, perché acculturato nelle scienze ma soprattutto nelle arti.

Grigio perché molte primavere aveva attraversato la sua folta criniera.

Sapiente perché lo faceva trasparire il suo atteggiamento.

L’atteggiamento di colui che la materia la conosce senza aver bisogno di dimostrare niente a nessuno, né tantomeno di dare spiegazioni e poi i suoi  blasoni erano noti a tutti.

Guardava tutti dalla sua non alta statura dal basso verso l’alto con un ghigno quasi di sfida ed un poco strafottente quasi a dire: “Non mi sottovalutate (per la mia altezza?), io sono il Grigio e ne so quanto tutti voi messi assieme!”.

Era stato chiamato dal principe Rigolò perché facesse parte dei suoi consiglieri più stretti e fidati dato che lui di esperienza passata ne aveva avuta molta e che, forse, avrebbe potuto dare un valido aiuto a ritrovare la sella miracolosa.

D’altronde, come si è capito, quella sella con quelle borchie era una gran cosa e se era per chi l’avesse posseduta fonte di una forza taumaturgica straordinaria e una consacrazione di superiorità e potere, immaginate quanto potesse essere fonte di disperazione per chi l’avesse…diciamo persa.

Il compito del dotto consigliere era quello di presiedere tutte le riunioni, le discussioni e gli incontri che vertevano sulla scomparsa in questione.

Era anche suo compito raccogliere tutte le informazioni per individuare il bandolo della matassa che portasse a ritrovare la sella.

Era un compito difficile, certo, ma che lui si accingeva a svolgere con impegno, passione e con una certa predisposizione umana e professionale; predisposizione umana e professionale che lo avevano visto dissipare montagne di ore in discussioni, dibattiti e confronti nella illusoria convinzione che, per capirne di più, bisogna parlarne di più.

D’altronde in questa sua voglia di portare tutti al tavolo della discussione aveva da sempre trovato degni compari, anche se a volte meno acculturati di lui, che non disdegnavano l’ammazzare il tempo in dissertazioni, tanto più capziose quanto più l’argomento trattato era futile, ma tant'è  che l’esercizio di retorica bastava a se stesso ed a soddisfare la voglia di “esserci” della spesso allegra brigata che periodicamente si riuniva.



Modificato da admin - 01 Ago 2007 alle 20:26
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  Quota ardbeg Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 04 Ago 2007 alle 17:36
Il Principe Rigolò interpellò prontamente l’astrologo di corte, al fine di fissare il momento migliore nel quale tenere il Gran Concilio della Bilancia, presieduto dal fido e saggio Grigio, con lo scopo di tracciare il codice atto a risolver la singolare tenzone della sella smarrita.
“Al canto dell’allocco del terzo giorno dal solstizio, né una clessidra piccola di più né una di meno”, sentenziò l’astrologo a seguito dell’attenta osservazione del volo dei rapaci sopra il cortile del castello.
Il sole rincorse la luna, gli ermellini si imbianchirono, le morchelle fecero capolino nei prati più umidi, i bachi filarono il loro bozzolo, i bambù sbocciarono in fioriture mai viste, i lemming traversarono due volte la contea per suicidarsi nelle gelide acque del lago e finalmente, il Gran Concilio della Bilancia trovò spazio per sedersi all’ombra del tiglio secolare adibito alle assemblee estive.
“Compagni...” esordì il Grigio.
“La pregherei o illustre Grigio di mantenersi sopra le parti”, tosto intervenne il Principe Rigolò.
“Ero soprappensiero, evidentemente. Intenderei ora cogliere l’occasione per salutare voi tutti come un grande castagno benedice i suoi polloni. Ho vissuto vicende oscure, subito folate violente e rischiato di cadere in un enorme e profondissima caverna vivendo inerme e per molto tempo l’apatica attesa di questo concilio. Credo che l’astrologo sia da aggiornare. Probabilmente ha un virus.”
Un mormorio della servitù frusciava fra le samare “L’è ‘ndaa indree anca ul Griis…”.
“Illuminaci o illustre, dall’alto del tuo ramo”, esortò Kantharos.
Fu in questa situazione che il Grigio, cercando di dar fuoco alla pece della sua lampada, rovinò tremendamente dall’albero, sul quale si era elevato per poter vedere tutti i presenti.
Battendo la testa egli provò una sorprendente sensazione di lucidità, che mai aveva gustato prima. “Cos’è questo silenzio nella mente? Non odo più quel borbottare di voci ed urla che mi faceva perdere il sonno costringendomi a mangiare ogni sera un panettone per addormentarmi… vedo chiaro finalmente, sì!”.
“Dicci della sella! Dicci come migliorare l’editto, tu che lo hai letto!”, lo incitarono i presenti all’unisono.
“Il nocciolo non è affatto nel basto e nemmeno nel ciuco che lo deve portare. Questo regno è in stallo ed anche la stalla è in cattive condizioni. Dite, chi mi ha toccato la spalla? AAAH la mano nera! Guardate avanti miei prodi! Ci vuole più unità! Questo è un fatto manifesto in ogni repubblica! Non assicurate l’avvenire della provincia ad un corriere in erba che vi riconsegni la sella! Tanto… tanto va la gatta al largo che ha fatto i gattini nel giardino del re, tanto il re è cieco. I gattini corrono per il prato. Il re dice di sentire un rumore di gattini che corrono sul mio prato mentre il vicino, che è verde, affacciatosi sul giardino rivuole i suoi gatti, ladro!”
E detto questo spirò, non prima di avere scritto con l’indice nella polvere l’enigmatica frase: ”L’alchimista sa dove è sepolta la sella”.


Modificato da admin - 05 Ago 2007 alle 10:36
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  Quota consigliereTc Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 05 Ago 2007 alle 11:39

A quella riunione, un poco in disparte, era presente anche il campanaro.

Sempre un poco in disparte per sapere, ma non dire, per bisbigliare, ma ritrarre mano e figli sistemati.

Veniva con un groppone in gola. Cercava Cantharos.

Lo prese alla fine per un braccio e svuotò la soma.

“Il Priore mi manda a dire che ha visto appesi due differenti editti. E’ rimasto molto mortificato e ha indetto una novena di digiuno e preghiera per tutti i cristiani.

Com’è stato possibile mischiare parole sante e avvedute con altre di diversa levatura, che di persone fa argomento?

E’ forse la Curia che deve tener conto delle vicende terrene?

Riportare al principe Ferdinandò che il Priore lo vuole genuflesso in confessionale a chieder perdono dei peccati suoi, perché con Dio e la Chiesa non si scherza“.

Cantharos aveva il vezzo di muoversi dentro le pantofole, ma sfortunatamente alla riunione aveva messo le scarpacce per stare insieme ai villani.

Quel suo gesto liberatorio impedito lo metteva a disagio.

In siffatte occasioni gli capitava di sentire gli scarsi peletti della schiena, su verso la base del collo, farsi ritti ritti.

Non si può dire se per paura o per angoscia. Certo non per ira.

Vide il campanaro andarsene lasciandogli quell’ingrato compito a “pelo di collo”.

Ne aveva ancora qualcuno a pelle d’oca, quando riferì la questione a Rigolò.

Il principe girava nella stanza al piano superiore massaggiandosi il mento.

Il fatto c’era. Ma era forse lui quello che doveva organizzare la sua cancelleria? E poi i cristiani che non capivano, sempre che sapessero leggere, se ne erano accorti?

Che conta è il titolo, i danari e il marchio.

Il resto spesso non lo si legge nemmeno. Come sulle istruzioni dentro le scatole delle medicine. Lo chiamano il bugiardino mica per niente!

Insomma la questione dell’editto era poco importante. Anche perchè ormai la frittata era stata fatta.

Gli bruciava l’ordine della penitenza.

In fondo era lui il principe. Ed era più principe del principe della Chiesa.

E poi quella roba in latino…

Guardava Cantharos negli occhi senza vederne il pelo.

Questi aveva rimesse le pantofole, ma per scodinzolare aspettava qualche segno deciso del padrone.

Il principe sorrise.

Cantharos fece la sua dose di festose sfregatine preparandosi a ritirarsi.

“In qualche modo faremo”, concluse Ferdinando, “a me importa ritrovare la sella e le sue borchie. Con quelle rimetterò tutti d’accordo.

Quando si diventa principi poi tutti si mettono in fila. Ognuno prende il suo boccone. Magari non tutti ma almeno la maggior parte.

Poi per il Padreterno vedremo. Lui di tempo ne ha tanto, siamo noi qui che tutti i santi giorni abbiamo rogne.

Mi sono preso anche il bruciore di stomaco. Io che sono di fibra delicata e di alta sensibilità.”

Si massaggiò allo scopo la pancia sotto la veste.

Ebbe una piccola smorfia di dolore. Cantharos capì che era il momento di andare. Si inchinò quasi fino a terra. Prima di chiudere la porta intravide il principe alla finestra che gli dava le spalle.

Gli parve di capire una frase, quasi un lamento.

“Ma chi me l’ha fatto fare!”

Pensò parlasse dell’editto. Poi della penitenza. Poi pensò che era meglio sfregarsi anche lui la pancia.

Richiuse bene e con le spalle appoggiate alla porta, per la prima volta provò la sublime sensazione dello scodinzolio di pantofole unito al massaggio dell’addome.



Modificato da admin - 05 Ago 2007 alle 16:37
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  Quota faros Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 09 Ago 2007 alle 00:45

Il principe, che era troppo consapevole che il suo destino era legato indissolubilmente alla sella borchiata, una volta uscito Cantharos, andava rimuginando le ultime parole del Grigio. Della penitenza del priore gli importava un fico secco. Capita a tutti di pubblicare ordinanze diverse con lo stesso argomento o senza capo né coda: la gente ha la memoria corta e se ne dimentica presto. Quello che gli importava era quella affermazione così certa e definitiva che la chiave dell’enigma era nelle mani dell’alchimista. Ma quale alchimista? In quel tempo in Terrapelada, nonostante gli alchimisti in quel tempo fossero molto diffusi, non ce n’era l’ombra. Al massimo la gente, quando osservava fenomeni strani, come l’indurirsi dell’uovo bollito, o il cagliarsi del latte, o la fermentazione del mosto, diceva “chi gh’è dent una quaj chimica”, ma si guardava bene dal ricercare le cause dei fenomeni, perché allora, nell’epoca precolombiana, in quelle terre non era stato ancora inventato il metodo scientifico.

Il principe pensava come fare per trovare l’alchimista: certamente doveva essere un alchimista famoso, di chiara fama e capacità, altrimenti il Grigio avrebbe dato qualche indicazione più precisa. Il suo cervellino girava  al massimo. Con orrore arrivò a pensare che la potenza delle borchie della sella poteva fare gola ad un alchimista, sempre alla ricerca di convertire il ferro in oro: forse le borchie in mani esperte, potevano compiere questo prodigio e innalzare alle stelle l’alchimista in grado di usarle.

Si favoleggiava allora di un personaggio che operava al di là dell’oceano, di origine siciliana, cavaliere templare maltese e rosacrociano, gran giramondo, brillante faccendiere, che diceva di fabbricare l’oro (che in realtà proveniva dall’Ordine di Malta). Aveva contro tutti i medici che non sopportavano un intruso nella loro scienza (come accade anche nell’epoca moderna), grande indovino e mago, alla fine perseguitato e imprigionato in una torre non lontano dalle spiagge di Gabicce Mare. Bisognava contattarlo. Organizzare una spedizione che da Terrapelada arrivasse al mare e da qui solcando l’oceano, giungesse a Gabicce Mare. Il Principe chiamò Cantharos con voce decisa, il tempo stringeva e i nemici del regno, tutt’altro che virtuali, premevano ai confini: occorreva risolvere quanto prima l’ascesa al trono.



Modificato da admin - 09 Ago 2007 alle 09:11
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  Quota faros Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 04 Gen 2008 alle 00:42

Il Principe Rigolò, dopo  aver preso una decisione così drastica e risoluta, si scocciava alquanto che nessuno  portasse avanti l’ordine. Cantharos ( o’ cantarone) che tanto sembrava interessato a svolgere questo lavoro segreto di lubrificazione dell’ascesa al trono del suo principe,  dal mese di agosto del  1007 non si era mosso. Si dice che fosse caduto malato di epatite C dopo essere andato dal dentista ( allora i ferri del mestiere non venivano sterilizzati ). ma quel giorno venne e di buona lena Cantharos scese al porto di Terrapelada per organizzare la spedizione. Era un porto piccolo ma attrezzato di tutto punto. Le navi attraccate alle banchine erano circondate da molta gente indaffarata. Gli scaricatori di porto andavano e venivano, carichi di sacchi di spezie che venivano dall’oriente e bestemmiavano come tutti gli scaricatori di porto. Anche i caricatori però lo facevano, e questo era una caratteristica peculiare del porto di Terrapelada. Cantaros sapeva da chi andare: trovò subito  Cristobal, seduto alla scrivania della sua casa di rappresentanza, sommersa di tabulati meccanografici ( non era stato ancora inventato il PC) , con un bicchiere di  rhum in mano. Dalle pareti dell’ufficio , di legno vecchio, pendevano trofei di mare, bocche secche di pesce cane, rotoli di funi, fiocine e fotografie di pesca d’altura, una con il ritratto di Hemingway con la canna in mano. Dalla finestra  aperta sul porto, si scorgeva il Queen Elizabeth mentre ammainava le vele.

Cantaros prima di sedersi gettò sul tavolo  tre sacchetti di sesterzi d’oro zecchino, per chiarire subito la natura della sua visita . Cristobal era tribolato dal problema di finanziare una traversata verso le Indie per un carico prezioso di patate americane: non aveva i soldi per allestire la terza delle sue caravelle, la Monica ( la Pipa e la Carbonara erano già a posto) . E’ comprensibile che in quel momento i tre sacchi di sesterzi  rendessero il  pur burbero Cristobal assai disponibile al colloquio con un soggetto così antipatico come Cantaros. Cantaros dunque espose il progetto allo skipper: sottolineva a voce bassa che trattavasi di una spedizione coperta dal segreto di stato e che da essa dipendeva il futuro di Terrapelada. L’intera operazione sarebbe stata per così dire mascherata dal già progettato viaggio versi le Indie, che avrebbe contemplato una deviazione verso Gabicce Mare alla ricerca dell’alchimista in possesso della borchia fatale. Cristobal, che  era esperto di gabole , prospettò che L’alchimista, ben consapevole della potenzialità a lui offerta dalla borchia, non sarebbe stato facilmente disposto a  cedergliela se non dietro lauti compensi, o addirittura  gli si sarebbe opposto con le armi. Per tale motivo Cantaros , senza attendere un attimo, smollò altri due sacchi di sesterzi d’oro sul tavolo di Cristobal.

La Monica, la Pipa e la Carbonara avrebbero salpato il giorno dell’Epifania facendo rotta verso le Canarie. Il morale era alto, le navi piene di viveri e armate fino ai denti ( si fa per dire).



Modificato da admin - 04 Gen 2008 alle 13:07
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  Quota faros Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 15 Giu 2008 alle 16:43

Il vero problema di Cristobal era capire come andare avanti nella sua storia, perchè per un motivo quasi matematico, piu’ la storia si fa complicata, piu’ è difficile  andare avanti . Bisogna infatti tenere conto e  ricordarsi di quello che è successo prima e fare in modo che quello che succeda dopo sia compatibile con quello che è venuto prima. Questo è il motivo per cui la selezione naturale a un certo punto diventa piu’ lenta e difficile e quando una specie ha preso una certa direzione di sviluppo,  prosegue sulla stessa e non su  cento altre arrivando a conclusioni che ci sembrano strane, strambe o addirittura assurde, o bloccate oppure meravigliose. A volte , dopo un cataclisma, si azzera tutto e si comincia da capo, e allora la corsa riprende spedita. Siccome non c’è cataclisma, Cristobal si preparava a trovare una soluzione difficile.

Il giorno dell’Epifania dunque c’era un sole magnifico, la Pipa, la Monica e la  Carbonara, con le cambuse piene salpavano senza troppo rumore, per il motivo che sappiamo. Gli equipaggi erano stati addestrati ed erano ben motivati dai sesterzi di Cantaros. Cristobal, che era uomo navigato, regolo’ il sestante del navigatore  puntandolo verso le Indie e si ritiro’ nella cabina del  capitano per ripassare le rotte che avrebbe dovuto seguire per la deviazione segreta a Gabicce. Gli era chiaro che prima di girare  verso l’isola di Cuba, doveva bordesare lungo l’Africa e imbroccare  Gibilterra per entrare nel Mediterraneo, ma poichè le conoscenze geografiche di allora erano vaghe, non sapeva quanta strada doveva percorrere prima di girare a destra ne’ sapeva come riconoscere il passaggio. Presa dall’ansia che  gli era data anche dalla pesante responsabilita’ legata alla missione segreta, decise di schiacciarsi un pisolino. Si sveglio’ alle sette di sera di 7 giorni dopo, colpito dalla bottiglia di rhum che era caduta dalla mensola posta sopra il letto: c’era mare mosso e la nave ballava di maledetto. Uscito col pastrano ordinava agli equipaggi di inserire il giroscopio e  metter fuori le pinne stabilizzatrici e di cazzare le vele.  Ora andava meglio . Merluzzi e pesci vela  sbalzati dalle onde impetuose  saltavano sul ponte direttamente dentro le grandi  padelle che erano gia’ state preparate con olio bollente per friggerli all’istante. Gli equipaggi se la passavano bene, anche per le innaffiature abbondanti con il porto di fabbricazione argentina. A mezzanotte il vento si calmo’  improvvisamente. Le vedetta dal pennone di trinchetto grido’ terra terra. Una isola - montagna altissima , nera si era parata di fronte alle tre navi e la costa dell’isola era piena di luci. Cristobal non si trovava con le carte: mai saputo che li’ ci fosse un’isola con una montagna così, soprattutto lo meravigliava questa illuminazione festosa e fuori misura che ai suoi tempi non era neppure immaginabile. Decise di fare tappa sull’isola. Mentre si avvicinava, poteva vedere meglio la costa: le luci erano migliaia, forti e bianche,  spesso colorate, di forme svariate, alcune intermittenti. Una luce in cima ad una torre altissima, girava e ogni volta lo abbagliava come se fosse la luce del sole. Improvvisamente una macchina volante piena di luci intermittenti sorvolo’ le navi, con fragore immenso, per abbassarsi dietro la grande montagna. Cristobal era esterrefatto. Per il corpo di mille balene, penso’: che diavoleria doveva mai essere?. Poichè in lui c’era un po’ di Ulisse, era ansioso di sbarcare per vedere da vicino.

Alle nove del mattino  le tre caravelle attraccavano al molo. C’era gente che passeggiava  ovunque, succhiando strani coni. C’erano stranamente anche molte donne, e tutte quasi nude, con piccoli indumenti colorati, con tacchi altissimi, che si comportavano in modo come mai aveva visto a Terrapelada: non si vergognavano  di mostrarsi  anche in atteggiamenti intimi coi loro fidanzati, c’erano anche persone anziane e bambini, tutti ridevano come se fossero stati drogati.

Gli equipaggi si guardavano intorno sgranando gli occhi, prima di tutto per la storia delle donne, ma poi anche perchè c’erano negozi luccicanti, rivestiti di vetro, con parti metalliche lisce e lucide , senza assi di legno. le strade erano ricoperte di un materiale nero, liscissimo, che non faceva polvere o pozzanghere. Strani veicoli di ferro colorati e lucidi passavano a velocita’ folle, pieni di gente che non sembrava spaventata. Palazzi immensi, di decine di piani, salivano verso il cielo, alcuni avevano ai lori piedi grandi vasche d’acqua azzurra, pulitissima, in cui si tuffavano uomini e donne insieme ancora piu’ nudi di prima. Cristobal cominciava a capire di essere approdato in un mondo lontanissimo,  di un altro tempo. Cervava di capire il linguaggio della gente , che assomigliava un po’ al portoghese, ma poi c’erano parole assolutamente strane, come smangiucchiate che non riusciva a decifrare nei singoli suoni.  Sull’ingresso del porto c’era scritto Benvenuti alle Canarie , isole dei sogni.

Il drappello di Cristobal e dei suoi equipaggi, si sentiva come un pesce fuor d’acqua. Erano vestiti  tutto di verso: i calzonacci,  le giacche e i cappellacci grigi e senza colore, erano troppo diversi dai vestiti dei passanti. Tutti li guardavano con attenzione e ridevano. Spesso li prendevano di mira con strane scatolette con un occhio di vetro, che facevano un rumore metallico , ma dalle quali non usciva niente di pericoloso, a volte usciva solo un lampo di luce di un attimo. Osservando meglio la gente, i marinai  notarono che molto spesso i passanti dell’isola parlavano dentro piccoli astucci come se ci fossero  persone che li sentivano e che rispondevano da dentro. Cristobal era  di un altro tempo ma non era stupido e pensò che questa gente aveva  inventato un sacco di cose  affascinanti, come parlare con altri a distanza, volare e  fare strade lisce sulle quali correre con veicoli di ferro semoventi.



Modificato da admin - 30 Giu 2008 alle 20:06
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  Quota il padano Quota  RispondiRispondi Link diretto a questo post Postato: 30 Giu 2009 alle 13:39
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